Reportage, immagini e video: linguaggi che creano narrazioni
Qualche giorno fa si è svolta la cerimonia di chiusura del Premio Inge Feltrinelli 2026: se non ne hai mai sentito parlare, in questo articolo ti portiamo a scoprire qualcosa in più attraverso una piccola ma importante analisi sul ruolo delle immagini e della narrazione nell’inchiesta giornalistica.
Il Premio Inge Feltrinelli
Nato per celebrare la figura di Inge Feltrinelli, il premio, al suo quarto anno, ha come sottotitolo “Raccontare il mondo, difendere i diritti” e quest’anno era dedicato al tema “Scrivere per (r)esistere”. Al centro del concorso c’è l’idea di uno storytelling efficace e incisivo. La Giuria internazionale ha valutato oltre cento opere nelle categorie di libri, tra cui fiction e non fiction (vincitore: “Hanno ucciso Habibi” di Shrouq Aila, premio speciale Nati fuori binario “Infanzie e adolescenze transgender nell’Italia di oggi” di Sabina Pignataro), libri per l’infanzia e l’adolescenza (vincitore: “Jeanne” di Paolina Baruchello), podcast d’inchiesta per la scuola secondaria (vincitori: “Cutro, tre anni dopo. Voci dal mare, voci di terra”della classe IIIA del Liceo Classico D. Borrelli di Crotone).
C’è una sezione del premio che ci interessa in modo particolare: la categoria “Inchieste, reportage e fotoreportage”. A vincere è stato un tema di stringente attualità, “Greenland’s painful legacy of forced Inuit contraception”, inchiesta di Linda Koponen e Juliette Pavy, pubblicato da Neue Zürcher Zeitung. Per capire il perché dell’interesse di una web agency nei confronti di un lavoro di scavo giornalistico, ci piace riavvolgere il nastro e tornare indietro alla figura di Inge Feltrinelli.
L’epoca dei fotoreporter
Sapevi che era una fotoreporter e giornalista? Specie negli anni Cinquanta, dietro l’obiettivo fotografico di Inge passarono tanti volti celebri: Greta Garbo, Elia Kazan, John Fitzgerald Kennedy, Winston Churchill e poi gli scrittori, come Ernest Hemingway, Edoardo Sanguineti, Allen Ginsberg, Günter Grass, Nadine Gordimer per non dire di Pablo Picasso e Marc Chagall. Alla fine di quel decennio d’oro Inge conobbe Giacomo Feltrinelli ei si trasferì a Milano, dove tra le vicende complesse di famiglia si trovò a gestire la casa editrice.
La sezione del premio che le è stato intitolato dedicata al reportage e fotoreportage ci ha permesso di riflettere sulla centralità e sulla forza comunicativa della testimonianza visiva, presupposto di lavori giornalistici e di inchiesta complessi e di impatto. I contenuti visivi sono infatti una sorta di lente di ingrandimento per fare luce sul focus a cui guarda questo premio, cioè i diritti dei più svantaggiati. Ma come dialogano con i contenuti testuali e gli approfondimenti scritti oggi, sul web?
Visual journalism, immagini e comunicazione
Ci piace immaginare Inge fotoreporter, la sua attenzione all’estetica di ogni scatto finalizzata a creare un messaggio, un ritratto, a fissare un momento, una svolta, un’affermazione. Certo, è un’epoca ormai trascorsa quella dei grandi fotoreporter, oggi siamo immersi nel flusso costante di micro-narrazioni e scrolling che spesso spezzetta impercettibilmente l’attenzione e la profondità che meriterebbero le grandi narrazioni d’inchiesta.
Quella che ha vinto il Premio però ha qualcosa in più, è un lavoro attento di visual journalism che riesce a catturare la nostra attenzione. Si tratta di un lavoro di ricerca che restituisce un prodotto multimediale fruibile sul web. Foto e testo non vanno le une a corredo dell’altro, ma si integrano. Come nei reportage classici incontriamo ritratti intensi delle donne intervistate, che creano l’ambiente per una comunicazione di impatto già a partire dalla dimensione visiva. Il tema dell’articolo è importante: si racconta la storia della contraccezione forzata delle donne inuit. Sono fatti avvenuti nel passato e, proprio come nella narrazione documentaristica, si è scelto di portare delle prove concrete attraverso immagini di archivio e fotografie. Le scelte narrative ricordano da vicino il mondo del video reportage: il ritmo della narrazione infatti “scorre” come farebbe in un video, grazie al “montaggio” che la pagina web consente.
Documentare la realtà con linguaggi video
Il modo in cui questo racconto digitale riesce a catturare la nostra attenzione e a coinvolgerci tenendo insieme temi peculiari e comunicazione visuale è stata la molla che ci ha portato ad analizzarlo con più accuratezza. E ci ha costretti, a suo modo, a interrogarci sulla forza che questo racconto di diritti femminili avrebbe in formato video.
Soffermarsi sui lavori premiati in contesti importanti come il Premio Inge Feltrinelli è sempre utile per testare la nostra creatività e la padronanza dei linguaggi. Con la necessità di cucire insieme prove giornalistiche che ancorino la ricerca alla realtà, empatia, elementi digitali come la mappa per inquadrare la storia, che inchiesta avremmo costruito noi? Che forma avrebbe preso la narrazione, intrecciando documenti, testimonianze, voci?
Ti è mai venuta voglia di raccontare una storia, scavare in una vicenda, utilizzando il video? Il lavoro del documentarista è complesso e affascinante: raccontaci qualcosa delle tue idee e costruiamo i primi passi della tua avventura narrativa insieme!